I Sonetti a Orfeo di R. M. Rilke nelle traduzioni italiane dell’ultimo dopoguerra: “servizio” o disservizio?
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I Sonetti a Orfeo di R. M. Rilke nelle traduzioni italiane dell’ultimo dopoguerra: “servizio” o disservizio?

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Abstract

A partire dalla metà degli anni ’80, le traduzioni italiane dei Sonetti a Orfeo di R. M. Rilke si sono susseguite a quel ritmo piuttosto serrato che merita in pieno uno dei più grandi classici della poesia del Novecento europeo. Compiendo, rispetto alle precedenti “traduzioni d’arte” dell’interguerra, un salto nel tempo di oltre mezzo secolo in media, veniamo con ciò a trovarci in un contesto che rispetto alla cultura italiana degli anni 1930-40 può venire definito come un’epoca post-estetica, fattuale, “scientifica.” In particolare nel campo della traduzione della poesia, la fine del 20° secolo e l’inizio del 21° possono venire descritti, fatte salve poche eccezioni, come un’èra del dominio assoluto del principio semantico, sfociante nel nuovo, moderno (impegnato? antifascista?) ideale della “traduzione di servizio.” Secondo questo concetto la poesia andrebbe tradotta “soltanto letteralmente”; perché, in ogni modo, i restanti aspetti della poesia non si potrebbero comunque trasportare da una lingua all’altra. Senza affrontare questo specifico aspetto della questione, il presente saggio si propone di concentrarsi su un compito almeno parzialmente diverso: l’accertare, vale a dire, se siffatte traduzioni — oltre a perdere aprioristicamente i valori cromatici della poesia originale, cui rinunciano in toto e per principio — non si rivelino alla prova dei fatti inadeguate anche là dove promettono il meglio di se stesse. Accertare insomma (con un impulso empirico di traduttologia applicata, mirante però a conclusioni teoriche generali) se tali traduzioni presunte semantiche non si rivelino alla prova dei fatti inadeguate anche quando vengano valutate secondo il principio di base che dovrebbe nozionalmente informarle.

 

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